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Pronti per cosa?

 


 

Salmi 33:12-22; Genesi 15:1-6; Ebrei 11:1-16; Luca 12:22-40

 

Grazia a voi e pace da parte di Dio nostro Padre e dal nostro Signore Gesù Cristo.

Se leggiamo i giornali, vediamo che il nostro mondo si percepisce in un momento di crisi, specialmente una crisi economica. C’è chi si rifugia negli investimenti in borsa, o mette la speranza nei BTP, o bitcoin, ecc. Altri studiano i migliori metodi e formule di investimento, e consultano i più famosi guru finanziari magari.

Qualcuno forse avrà investito tutto quello che aveva. A volte lo si perde nei giochi d’azzardo o con i biglietti della lotteria. La gente cerca un qualcosa su cui depositare la speranza.

Magari questo non è il tuo caso. Magari questo problema non ti ha mai bussato alla porta: le tue entrate nel conto in banca sono regolari, la casa è a posto, la serratura funziona bene, e la crisi la conosci solo di sentir dire. Insomma, ti senti al sicuro, perché i numeri sono dalla tua parte, e il futuro è garantito.

Nel testo del vangelo di oggi, Gesù mette il faro su un angolo quasi nascosto dei nostri cuori, uno che forse facciamo spesso fatica a identificare come un’area scivolosa con pericolo di caduta in piano, a volte al limite di un precipizio.

Ma i soldi, si possono avere o no? È peccato diventare ricchi? È peccato restare poveri? Siamo più benedetti o più santi se diventiamo poveri? O inversamente, siamo più benedetti o più santi se diventiamo ricchi? Abbiamo nelle Sacre Scritture gli esempi di Davide ed Abrahamo, molto ricchi, e il mendicante Lazzaro, al di sotto della soglia di povertà. Tutte e tre benedetti da Dio e raccolti dal Signore in paradiso, indipendentemente dal loro status economico. Alla fine, cos’è questo peccato di Mammona?

Il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: [v. 22,25-26] “Non siate in ansia per la vostra vita, di che mangerete, né per il vostro corpo di che vi vestirete… chi di voi può con la sua ansietà aggiungere alla sua statura un sol cubito? 26 Se dunque non potete far neppure ciò che è minimo, perché siete in ansia per il resto?” Il cubito, forse lo sapete già, è la distanza tra il gomito e la punta delle dita. Il senso sarebbe quello di riuscire ad aggiungere qualcosa come un’ora alla durata della vita, o un palmo al percorso di una vita. Ovviamente non si riesce, non è possibile, con tutto il rispetto per la classe medica. Ma Gesù in altre parole chiedeva ai suoi discepoli, ‘se non avete il controllo su queste piccole cose, allora perché siete in ansia per il resto?’

In ansia. L’ansia è ciò che Gesù denuncia qui come un nostro punto di debolezza. Nel passo che precede il vangelo di oggi, il tema che Gesù affrontava era il falso senso di sicurezza che il ricco fattore aveva riposto sui suoi granai strapieni di cibo e beni. Qui invece è l’opposto: il Signore ci rimprovera l’ansia legata al domani, la preoccupazione di cosa mangeremo, cosa indosseremo, di qualcosa che ci potrebbe mancare domani.

Qui scopriamo cosa significa ‘servire Mammona’, ovvero, non l’occuparsi ma preoccuparsi della vita e del proprio corpo. Significa pensare solo a questa vita, a come arricchirsi qui, a come accumulare e aumentare denaro e beni, come se dovessimo vivere qui per sempre. Come se domani dovesse essere soltanto una mera ripetizione di oggi, per sempre. Perché mangiare, bere e vestirsi non è peccato, e nemmeno lavorare per Mammona. La necessità della vita e del corpo richiede cibo e vestiti. Anche cercare e procurarsi il mantenimento fanno parte della vita normale e onorata di ogni cristiano, e quindi non costituiscono peccato.

Il peccato consiste nel preoccuparsi di queste cose, cioè nel riporre in queste cose il conforto e la fiducia del nostro cuore. L’ansia per queste cose è una fede riposta su un dio sbagliato. Ecco cosa si intende per ‘ansia’ in questo caso. Perché la preoccupazione non sta nei vestiti o nel cibo, ma l’ansia, la preoccupazione sta nel profondo del cuore; il cuore non riesce a staccarsene e si attacca a queste cose. Quindi, preoccuparsi significa lo stesso di essere attaccati con il cuore a queste cose. Perché alla fine non mi preoccupo delle cose che il cuore non ha in mente e non ama profondamente.

Ecco il peccato di Mammona. L’ansia per le cose di questa vita. Gesù aveva usato un linguaggio simile con Marta [Lu 10:41-42], quando lei si era lamentata con Gesù perché sua sorella Maria non la stava aiutando nella sistemazione di casa. In quella opportunità Gesù le aveva risposto che lei si preoccupava per tante cose, ma solo una era veramente necessaria: ascoltare Gesù, dargli ascolto.

E oltre a fare una precisa radiografia delle mancanze e preoccupazioni di Marta e nostre, preoccupazioni che non gli rendono onore e di cui siamo chiamati a pentirci, cos’altro ci rivela Gesù Cristo in questo testo di oggi?

Lui ci insegna a guardare con attenzione. A osservare i corvi liberi in natura, che non hanno una dispensa, né un frigo dove tenere il cibo per domani, né un conto in banca su cui fare affidamento nel momento di crisi o nei tempi di secca. Eppure il Signore non li lascia senza il loro cibo.

Ci insegna a osservare anche come crescono i gigli selvatici, che non lavorano, non filano, eppure Lui dice che si presentano in vesti più eleganti, più ben vestiti del massimo esponente della maestà e gloria terrena che il popolo di Israele e tutto il mondo avevano mai visto, il re Salomone. Cristo sa come si vestiva Salomone. È l’unico che lo poteva sapere, perché Lui c’era. E se ha parlato così di Salomone, è perché nessuno stilista o designer del passato, del presente o del futuro potrà mai, poi mai, raggiungere con le sue creazioni la bellezza e l’eleganza dei gigli selvatici.

Perché sono così ben vestiti i gigli, oltre ogni capacità umana? D’altra parte, come mai possono vivere in tranquillità i corvi, senza disperarsi per l’ansia e le preoccupazioni? La risposta è più che scontata: perché Gesù stesso, con il Padre e lo Spirito Santo, è lo stilista e designer dei gigli e di tutti i fiori. “Quanto maggiormente rivestirà voi?”, promette Gesù. E Lui stesso garantisce e prepara il cibo dei corvi e di tutti gli uccelli. “Ebbene, voi valete molto più degli uccelli”, dichiara Gesù.

E Lui i suoi discepoli li chiama “gente di poca fede”. Gente di poca fede. Questo modo di dirigersi ai discepoli - e in questo caso possiamo dire che ci siamo anche noi tra i Suoi discepoli - potrebbe sembrare dispregiativo, ma San Crisostomo vede in questa espressione più un motivo di gioia e conforto che una critica. Vedete, innanzi tutto Gesù non ci sta chiamando di increduli, di senza-fede. Ma stava dicendo che loro - e noi - abbiamo fede. Ci chiama ‘credenti’. Come lo sapete, l’avere fede in Cristo è opera esclusiva di Dio Spirito Santo in noi. Nel Battesimo, siamo stati innestati in Cristo e già risorti con Lui, e non abbiamo alcun merito in questo. Così come il Signore Dio veste i gigli e nutre i corvi, alla stessa maniera ci ha resi credenti, e si prende cura di noi. Se ci chiama ‘gente di poca fede’, soprattutto ci sta chiamando ‘gente di fede’, la sua gente, popolo di proprietà esclusiva di Dio [1 Pt 2:9]. Di poca fede, come Gesù disse anche a San Pietro, mentre in un’occasione [Matt 14:31] in mezzo al mare di Galilea si è messo a camminare sull’acqua fuori dalla barca verso Gesù, che aveva operato questo miracolo e gli aveva detto di venirgli incontro. Ma Pietro, avendo avuto paura, cominciò ad affondare.

Gesù gli chiese ‘Perché hai dubitato?’ Quella domanda, più che puntare un dito contro Pietro, focalizza la nostra attenzione su Gesù, l’autore del miracolo. Non stava affondando per un qualsiasi fallimento della potenza di Cristo. Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio, è degno di tutta la nostra certezza e fiducia, perché ciò che Cristo dice non può fallire. Dunque ‘perché hai dubitato’, Pietro? Non c’era alcun motivo reale per la sua paura. Come fatto a noi nel testo di oggi, Gesù quel giorno chiamò Pietro ‘Uomo di poca fede’, e lo prese per mano, e lo riportò in barca a salvo con gli altri. Come noi, riportati dall’acqua per mano nella santa chiesa attraverso il Battesimo.

Nei versetti [Luca 12.31-32] il Signore dice “Cercate piuttosto il regno di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. Non temere, o piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il regno.” Prima ci chiede di cercare il regno di Dio, poi ci rivela che il regno è già nostro. Il regno di Dio, che Lui ci comanda di cercare, quindi, è quello che ci è già stato dato, regalato in Cristo, attraverso la fede.

Ogni volta che nella Scrittura i santi parlano di Dio in questo modo, riferendosi al conforto e al soccorso nelle loro tribolazioni, si tratta sicuramente in ultima istanza della vita eterna e della resurrezione dei morti. Infatti, mentre lamentano delle sofferenze in questa vita e anche della morte fisica, si consolano con un'altra vita. Per questo vivranno eternamente; altrimenti Lui non sarebbe il loro Dio, e non potrebbero aggrapparsi a lui se non vivessero, se non potessero tenersi aggrappati a Lui in vita, e vita eterna. Per questo piccolo gruppo, la Sua gente di fede, anche se di poca fede, il suo piccolo gregge, tra cui siamo quindi anche noi, la morte non è altro che un sonno, un dormire temporaneo in attesa del beato ritorno del Signore Gesù.

Se, tuttavia, è vero che vivete in Dio, deve prima essere vero che avete il perdono dei peccati; se non avete peccato, sicuramente possedete lo Spirito Santo, che vi santifica, o meglio, vi giustifica, perché lo Spirito Santo concede a voi l’identità di santi – poiché davanti a Dio l’assenza di peccato è santità, ed è questo il risultato del perdono dei peccati; se siete santi, siete parte della vera Santa Chiesa Cristiana e del piccolo gregge, e dominate su tutto il potere del diavolo e, quindi, risorgerete e vivrete in eterno. Ecco il regno di Dio che ci è stato consegnato. L’investimento inesauribile, che non si consuma e non si svaluta, su cui si può fare vero affidamento. Ecco il regno di Dio, la vera santità nel perdono dei nostri peccati, che ci viene offerto nella Parola di Dio e nel Sacramento dell’altare, e viene ricevuto per fede. Queste sono le grandi e sublimi opere della destra del Signore.

E il Signore tornerà. Non dubitate. Anzi, aspettatelo, pronti, solleciti, già vestiti per andare via, con le lampade accese, e le cinture allacciate. Di giorno, o di notte, anche a mezzanotte, aspettatelo. Per noi non sarà una sorpresa, ma il gioioso concretizzarsi della nostra speranza cristiana, che non è mai sprecata, la speranza della resurrezione e della vita eterna con Dio.

E il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua eterna gloria in Cristo Gesù, dopo che avrete sofferto per un po' di tempo, vi perfezionerà egli stesso, vi renderà fermi, vi fortificherà e vi stabilirà saldamente. A lui sia la gloria e il dominio per i secoli dei secoli.

Amen.

 

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