1 Sam. 16:1–13; Psalm 89:18–29; 1 Cor. 13:1–13; Luke 18:31–43
Pochi giorni fa è finito a Sanremo il più famoso festival della canzone italiana. Ci sono festival del genere in tutto il mondo. Ci sono anche quelli per il cinema, per esempio gli Oscar in California, e il Leone d’Oro al Festival di Venezia, e così via. Il pubblico e i giudici guardano, ascoltano e poi votano per scegliere il loro campione. Il candidato che prende più voti vince il premio. Viene incoronato dai colleghi e dai media, e gode di una momentanea gloria, a volte anche a livello mondiale. Nei Festival si sceglie il migliore, la più bella, i più meritevoli e talentuosi tra i candidati. E penso che sia anche giusto così.
Le letture dell’Antico Testamento e del Salmo di oggi parlano invece del re d’Israele, uno scelto tra il popolo. L’interessante è che, nello specifico, lui non sia stato scelto dal popolo, ma è stato uno scelto DA DIO tra il popolo, cioè Davide, l’ottavo figlio di Isai, quello più piccolo dei fratelli.
Quindi, perché è stato scelto Davide tra i suoi numerosi fratelli? Sarà perché era rossiccio? O per i suoi begli occhi, o il suo bell’aspetto? A Samuele Dio disse che “l'uomo infatti guarda all'apparenza, ma l'Eterno guarda al cuore”.
La storia di Davide ricorda un po’ quella di Giuseppe, il figlio di Giacobbe. Ma con qualche differenza. Giuseppe era il secondo più piccolo di 12 figli maschi, ed era anche il figlio preferito di papà, che lo coccolava con dei regali vistosi. Non era il caso di Davide, invece: suo papà l’aveva praticamente escluso tra i candidati che Samuele avrebbe potuto scegliere. In comune con Giuseppe, però, anche Davide è stato alla fine onorato al di sopra dei suoi fratelli maggiori.
Ma il Salmo parla anche di Gesù: v.26ss] “Egli m’invocherà, dicendo ‘Tu sei mio Padre’... il mio patto con lui rimarrà stabile... renderò la sua progenie eterna e il suo trono come i giorni dei cieli.” Davide… è morto, e anche tanti dei suoi discendenti. Ma Cristo, invece, avrebbe regnato in eterno. Sarebbe morto, sì, ma sarebbe anche risorto, e non avrebbe mai più subito la morte.
E così come Davide e come Giuseppe, disprezzati dai parenti, invidiati e maltrattati, così anche Gesù era tra i meno quotati per la corona reale e il titolo di Messia.
Anzi, per molto tempo, Gesù non voleva nemmeno che lo riconoscessero come il Cristo di Dio. Voleva restare nell’anonimato per un bel po’.
Una delle cose che più viene evidenziata nel vangelo di oggi è invece l’atteggiamento insistente del cieco di Gerico. “Abbi pietà, abbi misericordia di me”! Questo era il modo di dire dei mendicanti quando chiedevano l’elemosina per strada, come era il caso del cieco di questo racconto. Più lo sgridavano perché tacesse, e più forte lui gridava: “Abbi pietà di me!”
Ma non era una richiesta fatta a tutti, a chiunque. Lui quindi in quel momento non era veramente interessato ai soldi, cioè, ad un’elemosina anonima di un passante qualsiasi. Notate: l’uomo cieco non ha chiamato “Gesù, il Nazareno,” come i passanti gliel’avevano descritto poco prima. Lui invece chiamava, gridava, dicendo: “Gesù, Figlio di Davide!” “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”
Perché usava questa espressione, “Figlio di Davide”?
Come già detto, il Salmo di oggi ci ha dato un assaggio di come l’intero popolo di Israele capiva l’importanza della discendenza di re Davide, specialmente di quel discendente, il seme di Eva, di Abraamo, di Davide, appunto: v. 27] “Lo costituirò pure mio primogenito, il più eccelso dei re della terra.”
Adesso che Gesù si stava dirigendo decisamente verso Gerusalemme per il proprio sacrificio sulla croce, davanti alle porte di Gerico ha accettato pubblicamente il titolo di Figlio di Davide, con tutte le implicazioni del caso, cioè, che Egli era infatti l’erede al trono del Re, il Messia promesso a Davide e al popolo di Dio tramite i profeti.
E Gesù non ha soltanto accettato il titolo messianico di Figlio di Davide, ma ha anche concesso al cieco di Gerico ciò che chiedeva. Si è visto lì un grande miracolo, quell’uomo ha avuto una cura umanamente impossibile per la sua cecità, immediata e completa. Che grande fede aveva quest’uomo! O meglio, com’è meraviglioso l’Iddio in cui anche lui credeva!
Che contrasto, però, se ci pensiamo, tra la fede espressa apertamente dal cieco e la chiusura mentale dei dodici discepoli, che da anni seguivano Gesù, ma non avevano ancora compreso ciò che Egli aveva appena rivelato loro, riguardo alla sua morte e la sua risurrezione.
Nel v. 34, l’evangelista Luca utilizza tre espressioni per sottolineare la difficoltà di capire da parte dei dodici discepoli:
Ma essi non compresero nulla di tutto ciò: questo parlare era per loro oscuro e non capivano le cose che erano state loro dette.
La ragione umana, corrotta dal peccato, non può capire le cose di Dio. Lei si chiede, in modo incredulo,:
Come può Dio diventare uomo ed essere nato? Da una vergine, poi?
Come fa il Battesimo a salvare qualcuno, ed effettivamente concedere la misericordia e la grazia immeritata di Dio?
Come può l’annuncio dell’Assoluzione da parte di un uomo effettivamente perdonare i peccati?
Com’è possibile che qualcuno venga salvato attraverso il Battesimo e la fede in Cristo?
Che dire della presenza reale nella Santa Comunione del corpo di Cristo e del suo stesso sangue sparso sulla croce?
La ragione non si fida della parola di Dio quando non la riesce a comprendere. La nostra ragione non ha fede. Non importa che in tanti diano testimonianza del potere della parola di Dio nel compimento delle promesse ivi comprese: dal punto di vista della ragione umana, la parola di Dio sembrerà sempre una follia.
E perché questo? La parola di Dio non viene mai creduta prima che sia compiuta nel suo contenuto. Ma quando le promesse sono adempiute, allora la veracità della Parola diventa evidente. Basti pensare per esempio al centurione romano (Matteo 27, 54), quando, davanti a Cristo sulla croce, dopo aver visto quel buio in cielo dal mezzogiorno alle tre, il terremoto, le frasi e l’atteggiamento di Cristo prima di morire, lui ha detto «Veramente costui era il Figlio di Dio!».
Però, dovremmo sempre credere alla Parola, ancora prima che vengano compiute le sue promesse. Lo stiamo già facendo quando recitiamo il Credo, non è vero? Il ritorno di Cristo nell’Ultimo Giorno per giudicare i vivi e i morti, la resurrezione di tutti e la vita eterna, sono tutte cose che la ragione non riesce a capire. Ma la fede e la speranza nostre si aggrappano a queste promesse, in vista di ciò che è già stato compiuto. Cristo è veramente morto sulla croce a Gerusalemme circa 2000 anni fa, e poi anche veramente risorto dai morti il terzo giorno. E le Scritture sono piene di promesse già compiute. In base a queste possiamo restare saldi nella fede e nella speranza.
Nonostante ciò, allo stesso modo dei dodici discepoli, ancora oggi spesso la parola di Dio ci rimane coperta. A volte non la capiamo, a volte non la crediamo. Questo può succedere anche con i testi e i canti liturgici, perfino con gli inni.
Ma più li ascoltiamo e ripetiamo, e più profondamente rimarranno nella nostra memoria. E staranno lì, zitti, in attesa, finché un giorno più tardi, nei momenti di bisogno, non torneranno alla mente e non si faranno capire con forza per istruirci e darci conforto.
Il Signore ci porti al pentimento per la nostra incredulità, per la nostra mancanza di volontà di credere alla sua Parola, ci perdoni ogni volta che non la crediamo, e ci conceda invece una fede come quella del cieco di Gerico.
Perché se confessiamo i nostri peccati, e crediamo che Gesù Cristo è morto per pagare il debito dei nostri peccati, ed è anche risorto per coprirci gratuitamente con la sua perfetta giustizia, allora Egli, da campione, vittorioso sulla morte, sul peccato e sul potere del diavolo, ci porta a salire con sé sul podio attraverso il Battesimo, a seguirlo sulla croce, ad attraversare pure la morte in fiducia con lui, e alla fine uscire dalla tomba nell’Ultimo Giorno, risorti anche noi, con i corpi gloriosi come il suo, liberati finalmente dal peccato e dalla morte, per una vita eterna in piena comunione con Dio.
Il Signore ci preservi in questa fede e speranza fino alla fine.
Nel nome di Gesù Cristo. Amen.
Sem. Luiz Lange
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