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Le nozze di Cana - La generosità di Dio e la perseveranza nella preghiera

 

 


Letture:

Salmi 111; Amos 6,11-15; Efesini 5,22-33; Giovanni 2,1-11

Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo!

Il matrimonio e il diventare padre e madre sono forse gli eventi più commoventi nella vita umana, e sono eventi inondati dall’amore. Penso che su questo si possa essere d’accordo.

Le letture di oggi ci presentano, più aspetti dell’amore, dell’amore di Dio, appunto, di cui il nostro amore umano è una raffigurazione, un riflesso, una parabola. Nel testo c’è l’amore paterno di Dio creatore, che ci sostiene e preserva la vita, e c’è anche il Signore, lo sposo divino della sua santa chiesa. Dalla lettera agli Efesini abbiamo sentito che “i mariti devono amare le loro mogli, come i loro propri corpi; chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno infatti ebbe mai in odio la sua carne, ma la nutre e la cura teneramente, come anche il Signore fa con la chiesa, poiché noi siamo membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa.” (Ef 5,28-30).

Nel vangelo di oggi, vediamo l'esempio di amore in Cristo e sua madre. 

Maria vuole essere di aiuto e assume il ruolo di organizzatrice della festa di nozze; Cristo invece onora l'occasione con la sua presenza personale, con un miracolo e con un bel dono. E tutto questo non è a beneficio proprio, ma è a beneficio dello sposo, della sposa e degli invitati, come è nella natura dell'amore, quell’amore sacrificale che Dio ci insegna. Così Cristo attira a sé tutti i cuori, perché credano che Egli è sempre pronto ad aiutare, anche nelle cose temporali, e non è mai disposto ad abbandonare nessuno. Ci vuole far capire che tutti coloro che credono in lui non soffriranno alcuna mancanza, sia nelle cose spirituali che in quelle temporali; anzi, per sopperire ai nostri bisogni pure l'acqua è diventata vino, e ogni creatura intorno a noi si trasforma in ciò di cui il credente ha bisogno. Chi crede deve avere abbastanza, perché Dio lo vuole, e nessuno glielo può impedire. E questo è l’esempio di amore di oggi.

Ma l'esempio di fede è ancora più profondo in questo Vangelo. Cristo aspetta fino all'ultimo momento prima di intervenire, quando la mancanza è avvertita da tutti i presenti e non c'è più alcuno scampo. Questo mostra il modo in cui la grazia divina non viene data a chi ha ancora abbastanza, a chi ancora si sente sazio, che non ha né fame, né sete, e non ha ancora sentito il suo bisogno fino in fondo. La grazia di Dio, infatti, non nutre chi è sazio e soddisfatto, ma coloro che hanno fame. Chi davanti a Dio si ritiene ancora saggio, forte e pio, e trova qualcosa di buono e meritevole in se stesso, e non è ancora un povero, misero, malato e stolto peccatore, non è pronto, non può venire a Cristo Signore, né ricevere la sua grazia. Non è così che elargisce la sua grazia.

Ma quando infine uno sente il bisogno, Egli non si affretta a concedere subito ciò che è necessario e desiderato, ma ritarda e mette alla prova la nostra fede e la nostra fiducia, come fa qui; anzi, cosa ancora più grave, si comporta come se non volesse aiutare affatto, ma parla con durezza e austerità. Mi ricorda il racconto della madre cananea (Matteo 15,21ss), che in disperazione chiede aiuto a Gesù, ed Egli la tratta letteralmente da cane. Ma quella madre rimane ferma nella sua fiducia in Cristo, e viene poi consolata, la sua richiesta è accolta, e lei riceve per giunta un bellissimo complimento per la sua fede. Questo si osserva qui, anche nel caso della madre di Gesù. Lei sente il bisogno e glielo comunica. Desidera il suo aiuto e il suo consiglio, e gli fa una richiesta umile e cortese. Infatti non dice: “Mio caro figlio, forniscici del vino”; ma: “Non hanno vino”. In questo modo si limita a toccare la sua gentilezza, di cui è pienamente sicura. Come se volesse dire: È così buono e benevolo, non c'è bisogno che io gli chieda, gli dirò solo ciò che manca, ed Egli farà di sua iniziativa più di quanto si possa chiedere. Questa è la via della fede, che si immagina la bontà di Dio in questo modo, non dubitando mai che sia davvero così; perciò si fa coraggio e presenta la sua petizione e il suo bisogno.

Ma vedete, con quanta scortesia e durezza viene respinta la sua umile richiesta, lei che si rivolge a lui con tanta fiducia. Guardate la natura della fede. Su cosa deve fare affidamento? Su assolutamente nulla, tutto è buio. Maria sente il suo bisogno e non vede aiuto da nessuna parte; inoltre, Dio le si rivolge contro come un estraneo e non la riconosce, così che non le rimane assolutamente nulla.

È così anche per la nostra coscienza quando sentiamo il nostro peccato e la nostra mancanza di rettitudine; o, quando nell'agonia della morte, sentiamo che la vita stia svanendo; o, quando afflitti dal terrore dell'inferno, la salvezza eterna sembra averci completamente abbandonato.

A quel punto c'è un vero e umile desiderio, un sincero bussare in preghiera e ricerca, un’intensa fame e sete di liberarsi dal peccato, dalla morte e dal terrore. Ma poi Dio si comporta come se avesse appena iniziato a mostrarci i nostri peccati, come se la morte dovesse continuare e l'inferno non dovesse mai cessare. Proprio come Gesù tratta sua madre, che con il suo rifiuto vede diventare ancora più intenso il proprio bisogno e più angoscioso di quanto già non fosse prima che lei si rivolgesse a lui; perché ora sembra che tutto sia perduto, dal momento che è venuto meno anche l'unico sostegno su cui lei contava nel suo bisogno. Dov’era svanita la sua roccaforte? Dov’era il suo Salvatore, pieno di grazia e misericordia nel momento del suo bisogno? Dov’era finito il braccio potente di Dio, capace di grandiose cose, come aveva cantato Maria nel suo Magnificat?

È qui che si vede la fede nel vivo della battaglia. Osservate ora come si comporta la madre, che diventa la nostra maestra. Per quanto le parole di Gesù suonino dure, per quanto egli appaia ostile, lei non le interpreta in cuor suo come rabbia o come il contrario della gentilezza, ma si attiene fermamente alla convinzione che egli sia amorevole e gentile, nonostante il respingimento ricevuto, e non lo vuole disonorare nel suo cuore pensando che Egli non sia altro che gentile e cortese - come invece fanno coloro che sono privi di fede, che indietreggiano al primo urto e pensano a Dio solo in base alle proprie sensazioni e sentimenti. Infatti, se la madre di Cristo avesse lasciato che quelle dure parole di Gesù la spaventassero, se ne sarebbe subito andata, silenziosa e contrariata; ma ordinando ai servi di fare ciò che Egli avrebbe poi detto loro, Maria dimostra di aver superato il rimprovero e di aspettarsi ancora nient'altro che gentilezza da lui.

Ma che cosa pensate di quel pugno nello stomaco, che sembra essere partito dagli abissi infernali, quando qualcuno nella sua angoscia, specialmente nella più alta angoscia, quella della coscienza, riceve ancora un rimprovero, quando sente Dio dirgli: “Che cosa ho a che fare con te? Che c’è fra me e te?” A meno che non conosca e comprenda la natura di tali atti di Dio e non sia già esperto nella fede, uno sicuramente sviene e si dispera. Infatti, agirà secondo i propri sentimenti, non penserà a Dio in modo diverso e non cercherà di leggere tra le righe. Non sentendo in quelle parole altro che l'ira e non sentendo altro che l'indignazione, considererà Dio solo come suo nemico e giudice pieno di ira. Ma così come pensa che Dio sia, così lo troverà. In questo modo non può aspettarsi nulla di buono da lui. Fermarsi alla prima sensazione significa rinunciare a Dio con tutta la sua bontà. Il risultato è che lo fugge e lo odia, e non vuole che Dio sia Dio; e ogni altra bestemmia del genere, che è frutto dell'incredulità.

Quindi il pensiero più alto di questa lettura evangelica, che deve essere sempre tenuto a mente, è che noi onoriamo Dio come buono, magnanimo e benevolo, anche se Egli agisce e parla diversamente, anche quando tutta la nostra comprensione e il nostro sentimento percepiscono una cosa diversa. Perché in questo modo la sensazione, il sentimento viene ucciso e il vecchio Adamo muore, così che non rimane altro che la fede nella bontà di Dio, e niente è lasciato alla mera sensazione. Vedete infatti come sua madre conservi una fede libera e la tenga come esempio per noi. È certa che Egli sarà benevolo, anche se non lo sente nell’orecchio, o nel cuore. È certa anche della divergenza, della contraddizione tra ciò che percepisce e sente dire, e ciò che lei crede. Perciò lei non gli mette alcun paletto, lascia e affida tutto alla sua bontà, e non fissa per lui né tempo né luogo, né modo né misura, né persona né nome. Egli agirà quando gli piacerà. Se non nel bel mezzo della festa, alla fine di essa o anche dopo la festa. Avrà pensato: “Ingoierò questa mia sconfitta, il suo disprezzo, il suo lasciarmi in disgrazia davanti a tutti gli invitati, con il suo parlare in modo così sgarbato nei confronti di sua madre, il suo farci arrossire per la vergogna. Si comporta in modo aspro, ma è tenero, ne sono certa.” Fratelli e sorelle, procediamo anche noi allo stesso modo, perché allora staremo agendo da veri cristiani.

Notate la severità con cui tratta la propria madre. In questo modo non soltanto ci insegna l'esempio di fede che abbiamo appena visto, ma ci dà anche la conferma che, nelle cose che riguardano Dio e il suo servizio e culto, non dobbiamo riconoscere né padre né madre, come scrisse Mosè della tribù di Levi in Deuteronomio 33,9: “Egli dice di suo padre e di sua madre: "Io non li ho visti"; perché i Leviti hanno osservato la tua parola e hanno custodito il tuo patto”. Infatti, anche se sulla terra non esiste un'autorità più alta di quella del padre e della madre, questa finisce quando iniziano la Parola e l'opera di Dio. Perché nelle cose divine né il padre né la madre, tanto meno il pastore, il vescovo, il Papa, i concili, né qualsiasi altra persona, ma soltanto la Parola di Dio insegna e guida. E se il vostro padre e madre vi ordinassero, insegnassero o addirittura vi pregassero di fare qualcosa per Dio e nel suo servizio che Egli non abbia chiaramente ordinato e comandato, voi dovrete rispondere: Che c’è fra me e te? Che cosa abbiamo a che fare io e te l'uno con l'altro? Allo stesso modo Cristo si rifiuta assolutamente di fare il lavoro di Dio quando a volerlo è sua madre. Il quando, dove e come sono prerogative esclusive di Dio.

Il padre e la madre hanno il dovere, (anzi Dio li ha fatti padri e madri proprio per questo), il dovere di non insegnare e condurre i loro figli a Dio secondo le proprie nozioni e la loro particolare devozione, ma soltanto secondo il comando di Dio; come dichiara San Paolo in Efesini 6, 4: “Voi padri, non provocate i vostri figli all'ira, ma allevateli nella disciplina e nell'ammonizione del Signore”, cioè insegnate loro il comando e la Parola di Dio, come vi è stato insegnato, e non le vostre nozioni. Così, in questa lettura evangelica di oggi, si vede la madre di Cristo che allontana i servi da sé e li indirizza a Cristo. Lei non dice loro: “Quello che vi dico io, fatelo per me”, ma: 

Fate tutto quello che Egli vi dirà. 

A questa sola Parola dovete indirizzare tutti, se li volete indirizzare bene; a questa Parola, lasciataci per scritto nel Vangelo, nella Bibbia. Così che questa parola di Maria (cioè, “Fate tutto quello che Egli vi dirà”) è, e dovrebbe essere, un detto nostro quotidiano nella cristianità, che distrugge tutte le dottrine inventate dagli uomini e tutto ciò che non è veramente Parola di Cristo. E dobbiamo credere fermamente che ciò che ci viene imposto e che stia al di sopra della Parola di Dio non è, come si vantano e mentono, il comandamento della Chiesa. Santa Maria dice infatti: Tutto quello che Egli dice, quello fatelo, e solo quello; perché in ciò che Egli dice ci sarà già abbastanza da fare.

Anche qui vedete come la fede non viene meno, Dio non lo permette, ma dà più abbondantemente e gloriosamente di quanto chiediamo. Infatti, qui non viene dato solo un vino qualsiasi, ma vino eccellente e buono, e in grande quantità. Con questo Gesù ci vuole invogliare ancora una volta a credere con fiducia in lui, e a perseverare nella preghiera, anche se la sua risposta sembra tardare. Infatti, Egli è fedele alle proprie promesse e non può rinnegare se stesso; è buono e benevolo, tanto da spontaneamente doverlo ammettere e inoltre dimostrarlo, a meno che non l’ostacoliamo e gli neghiamo il tempo, il luogo e i mezzi scelti da lui per farlo. Alla fine non può abbandonare la sua opera, così come non può abbandonare se stesso, se solo riusciamo a resistere finché non arriva la sua ora.

E la pace di Dio, che sopravanza ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. (Fp 4,7)

Nel nome di Gesù. Amen.

Sem. Luiz R. Lange

 

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