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La visitazione




Grazia a voi e pace da parte di Dio nostro Padre celeste, e dal nostro Signore Gesù Cristo.
Le letture di oggi ci invitano a meditare sul tema della visitazione. 

A una prima vista, il termine “visitazione” ci potrebbe rimandare all’incontro tra la vergine Maria e sua parente Elisabetta quando erano ancora incinte. E’ stato un momento prezioso e unico nella loro vita, e in quella occasione la madre di Dio è stata ispirata a comporre quel bellissimo cantico, il Magnificat, che si trova in Luca 1 e inizia così: “L'anima mia magnifica il Signore, e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore.”

Il testo di oggi, però, parla di una visitazione molto più incisiva, che ha molto a che vedere anche con noi oggi. Parla della visitazione del Signor Dio stesso.

Per cercare di capire ciò che stava succedendo nel racconto del testo, possiamo pensare a come la gente tende a reagire all’idea di una visita medica.
Ci sono quelli che dicono: “Io non vado in ospedale; ho paura che poi mi trovino un cancro o qualcosa del genere.” Non lasciano che il medico faccia il suo lavoro. Una malattia che magari poteva essere trattata non viene mai diagnosticata, e ne potete ben immaginare poi le conseguenze.

Altri chiedono al medico: “Dottore, cosa ho veramente? E’ grave? Non vedevo l’ora che arrivasse il momento della visita in modo da avere notizie certe sulla mia condizione.” Penso che possiamo tutti essere d’accordo sul fatto che questo atteggiamento sia molto diverso rispetto a quello di prima. La domanda “cosa ho veramente?” di sicuro apre le porte alla possibilità di ricevere una brutta diagnosi. Però solo in base alla diagnosi il medico può eventualmente proporre un trattamento adeguato.

Davanti al medico quindi la domanda giusta da fare è “cosa ho veramente?” Ma davanti a Dio Altissimo, il medico per eccellenza delle nostre anime e corpi per l’eternità, qual è la domanda giusta da fare? Quella da fare davanti al Signor Dio ce la indica il profeta Geremia nel v. 6 di oggi, dove ha scritto: “non vi è alcuno che si penta del suo male, dicendo: Che cosa ho fatto!?” Ecco la domanda giusta da fare, tenendo in mente i comandamenti divini, “Che cosa ho fatto!?”. Da qui inizia la diagnosi del Signore Gesù, da un confronto onesto con i comandamenti del Signore.
Invece, cosa esce spesso dalla nostra bocca? Una domanda simile, ma diversa nell’intenzione, cioè: “Che cosa ho fatto... di male per meritare questo?” 

Chi si esprime così rivela due cose su se stesso: la prima, è che lui o lei si aspettano di meritare qualcosa di meglio. “Perché proprio a me è toccato questo destino, questa punizione?”, mentre uno si guarda intorno e si paragona al prossimo. In secondo luogo, che spesso non ci rendiamo conto, tutti quanti, di peccare costantemente a motivo della nostra innata peccaminosità, così come faceva il popolo di Israele a cui si rivolgeva il profeta Geremia, senza però che ci fosse alcun pentimento da parte loro. E, appunto, qualche versetto dopo, il testo ci dice che il Signore li avrebbe visitati e svergognati: “sarebbero caduti tra gli uccisi, nel tempo della lor visitazione.” Quindi la visitazione del Signore ha un peso, un’importanza non indifferente.

Cristo amava la città di Gerusalemme e l’aveva scelta da secoli come la sua dimora sulla terra. Aveva scelto il tempio di Gerusalemme come il posto in cui, fino al giorno della Pentecoste nel NT, il mondo intero lo doveva venire a cercare. Quindi, se Cristo usa contro Gerusalemme e i suoi abitanti parole così dure come quelle del Vangelo di oggi, parole esse motivate dal fatto che avevano rifiutato di credere alle Sacre Scritture rispetto alla sua venuta e alla sua persona, allora tutti noi dovremmo astenerci dal dubitare delle Scritture e dovremmo anche abbandonare ogni peccato, e tornare da Lui in pentimento, altrimenti la sua ira e punizione diventano inevitabili.

Ma nel momento in cui Cristo ha visto la città, ha cominciato a piangere. In Mt 23:37, Gesù si esprime così su quella città: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati! Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!”

Come quelli che non vogliono sapere la diagnosi del medico, così Gerusalemme ha rifiutato il loro salvatore, che era venuto a cercare loro. E per questo motivo Cristo ha pianto, davanti al peccato, al loro rifiuto e alla morte spirituale che aveva proprio davanti. Ha pianto perché l’ha vista esposta, svergognata, nel suo peccato. Gerusalemme, l’infedele. Loro non hanno preso in considerazione il tempo della loro visitazione, e ciò ci deve servire di esempio da non seguire.
Cosa vi verrebbe in mente se, venendo a visitarvi, il vostro medico cominciasse a piangere, prima ancora di darvi il suo diagnostico?

Cristo aveva pianto anche per il suo amico Lazzaro qualche giorno prima. Lazzaro si era gravemente ammalato, ed era già morto da quattro giorni. Sebbene l’avrebbe poi miracolosamente fatto uscire di nuovo vivo dalla tomba, in quel momento piangeva perché si trovava davanti all’arcinemica di tutti gli esseri umani, la morte, che è il salario del peccato. Piangeva per Lazzaro, e per tutti noi, che siamo stati soggetti alla morte a motivo del nostro peccato. Piangeva, ma non aveva alcuna intenzione di lasciare Lazzaro lì, per sempre nella tomba. Non aveva intenzione di abbandonarlo alla morte, ma la verrebbe poi a distruggere sulla croce, assieme al peccato di tutto il mondo.

Cristo, il nostro medico e visitatore, ha pianto anche per la nostra situazione. La sua diagnosi, precisa e veritiera, ha esposto alla luce la nostra debolezza, la nostra incapacità di soddisfare la volontà di Dio. Anche noi abbiamo cercato di giustificarci, non in Cristo, ma in noi stessi, chiedendo “Che male ho fatto io per meritare questo? Ciò non è giusto!” Ci ha rivelato anche la nostra ribellione, perché anche noi abbiamo disprezzato il tempo della nostra visitazione. E ve lo dimostro:

Se Dio rispondesse con una punizione immediata a ogni nostro peccato, a ogni volta che disprezziamo la sua Parola, nessuno di noi, ripeto, nessuno in tutta la storia del mondo, sarebbe mai arrivato neanche all’età di sette anni. Tutti meritiamo la sua condanna in base a ciò che facciamo o lasciamo incompiuto.

Eppure, Lui non ci punisce immediatamente. Noi spesso abusiamo di questa sua pazienza, e ripetiamo gli stessi peccati di nuovo e di nuovo. Perché non capiamo che la sua pazienza non è segno di debolezza, ma segno della sua salvezza, e del suo desiderio che né tu né io veniamo a subire l’eterna dannazione. 

Se vuoi approfittare della pazienza del Signore, allora abbandona i tuoi sentieri di peccato. Affrèttati a seguire la sua Parola, e troverai buon consiglio. Perché se non lo facciamo, conosceremo l’ira di Dio e dovremmo perire. 

Gerusalemme non avrebbe poi subìto la sua distruzione se avesse risposto alla visitazione del Signore con pentimento per le sue mancanze e peccati, dicendo: “O Dio, ti abbiamo offeso con la nostra malvagità e con l'uccisione dei tuoi servi, i profeti. Ora Tu ci hai dato il santo Vangelo per mezzo di Tuo Figlio Gesù Cristo; concedici la Tua grazia affinché ci convertiamo e viviamo santamente.” Se avessero risposto in questo modo alla loro visitazione, sarebbero stati salvati. I romani non avrebbero potuto distruggerla, nonostante tutta la loro forza e il loro esercito, ma l'avrebbero invece dovuta lasciare in pace. 

Ma visto che non hanno creduto né ai profeti né a Cristo e ai suoi apostoli, dicendo: “Non c’è alcun pericolo! Pace, c’è pace!”, allora la Gerusalemme del primo secolo rimane come un esempio a noi della serietà degli avvertimenti divini. La sua grande pazienza ha dei limiti. Tutti i falsi maestri in chiesa, che sovvertono il puro vangelo del perdono dei peccati in Cristo, e tutti coloro che credono al loro falso vangelo, cioè che ci sia salvezza fuori dalla sola misericordia di Dio rivelata in Cristo e ottenuta attraverso la sola fede, su di loro rimane l’ira di Dio. 

Questo è il vero peccato dell’assassinio, per il quale non il corpo, ma l’anima viene distrutta per sempre. Cioè, quando alla gente viene insegnato di doversi fidare delle proprie opere invece della sola bontà e misericordia di Dio per la loro salvezza. Cristo non l’ha mai sopportato in nessuno, né nei farisei né tra i suoi discepoli. E neanche noi lo dovremmo sopportare, ma dovremmo opporci, per mezzo della Parola di Dio, e insegnare alla gente ad astenersi di fidarsi dei propri meriti e delle proprie opere, come se attraverso di esse potessero meritare e ricevere il perdono dei peccati e la vita eterna. Invece, tutta la nostra fiducia e fede vanno depositate esclusivamente nella misericordia di Dio, che ci salva, ci dichiara giusti davanti a Dio e ci perdona i peccati per i soli meriti di Cristo. Ecco, sono queste “le cose necessarie alla tua pace.”

Cristo sulla croce è morto per noi, al nostro posto - perché noi meritiamo la morte fisica ed eterna, ma Cristo sulla croce morì la nostra morte. Lì sulla croce Cristo ha pagato per tutti i nostri peccati, come l’unico sacrificio meritevole e propiziatorio davanti a Dio, riuscendo così ad appagare l’ira divina che era contro di noi. Credete a questo, perché questo è il dono divino della salvezza, la buona notizia del Vangelo di Cristo. Questo va insegnato in chiesa alla gente!

Oltre a questo, si deve insegnare alla gente anche a pensare e ad agire conforme i comandamenti divini, seguendo la Parola di Dio come norma e regola, e non secondo i propri pensieri. 

Chi insegna in questo modo esercita il proprio ufficio pastorale correttamente. Coloro che non lo fanno abusano del loro ufficio e sono colpevoli di condurre delle anime in perdizione eterna. Ma come già successo all’epoca a Gerusalemme, anche su di essi la pazienza del Signore ha dei limiti. Lui saprà proteggere la propria chiesa e li punirà nel giusto modo e tempo. 

Nel frattempo, state attenti alla voce del divino Pastore, e non vi lasciate ingannare, ma gioite nella ricchezza della benignità di Dio in Cristo. Sono queste “le cose necessarie alla tua pace.”
Grazie a Dio perché ci ha permesso di riaprire il suo Vangelo e di insegnarlo nella sua purezza anche in questa terra. Perché il Signore ci viene infatti visitare attraverso la predicazione della sua Parola, attraverso il Battesimo e la Santa Comunione del suo corpo e sangue nel pane e nel vino. Una visitazione di misericordia e del perdono di Dio, che ci preserva e libera dalla visitazione della sua ira e condanna contro il peccato, che certamente arriverà e non tarda. 

Che l’Iddio di tutta misericordia ci risvegli in cuore il giusto timore di Dio, ci mantenga saldi nella sua Parola come testimoniato dalle Sacre Scritture, e attraverso il suo Santo Spirito ci preservi dalla miseria temporale ed eterna, per amore di Cristo Gesù. Amen.

 
Luiz R. Lange

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